
6 trend di comunicazione per il 2025
Dicembre 30, 2024
Saper prendere buone decisioni grazie all’intelligenza emotiva
Marzo 11, 2025Smart Working: cosa sta cambiando?
Quando la pandemia ha sconvolto le nostre vite, una delle più grandi rivoluzioni nel mondo del lavoro è stata l'adozione massiccia dello smart working. Da un giorno all'altro, milioni di lavoratori hanno scoperto che il lavoro da casa non solo era possibile, ma spesso risultava anche più produttivo e soddisfacente.
Oggi, però, mentre alcune aziende lo stanno trasformando in un pilastro del loro modello organizzativo, altre stanno facendo marcia indietro. È quindi lecito chiedersi: cosa sta succedendo davvero dietro queste scelte?
La promessa dello smart working
Lo smart working è stato accolto come una vera rivoluzione. Non più pendolari bloccati nel traffico, meno stress e più tempo per sé stessi e le proprie famiglie.
I benefici sembravano infiniti: Maggiore produttività: diversi studi, tra cui uno dell'Università di Stanford diretto dal professore di Economia Nicholas Bloom hanno dimostrato che i lavoratori da remoto possono essere fino al 13% più produttivi rispetto a quelli in ufficio.
Benessere dei dipendenti: la flessibilità aumenta la soddisfazione e il work-life balance.
Riduzione dei costi aziendali: meno spese per uffici, utenze e infrastrutture.
Sostenibilità: meno spostamenti significano una riduzione dell'impatto ambientale.
La pandemia ha accelerato l'adozione del lavoro agile, ma ha anche aperto nuove domande sulla sua sostenibilità a lungo termine.
Il boom dello smart working
Tra il 2020 e il 2021, molte grandi aziende si sono lanciate nel lavoro remoto. Colossi come Twitter e Meta hanno annunciato politiche di full remote per molti ruoli, promettendo un futuro dove "si può lavorare ovunque".
Anche in Italia, realtà come TIM e Generali hanno introdotto modelli di lavoro ibrido, incontrando il favore di molti dipendenti.
Ma è davvero tutto oro quello che luccica?
Con il passare del tempo, sono emersi alcuni nodi critici che hanno portato alcune aziende a riconsiderare le loro scelte.
Il dietrofront delle grandi aziende Negli ultimi mesi, aziende come Amazon, Google e persino Meta hanno iniziato a richiamare i dipendenti in ufficio.
Perché?
Difficoltà nel mantenere la cultura aziendale: i dirigenti lamentano che lavorare da remoto rende più difficile costruire relazioni, condividere valori e promuovere l'innovazione.
Collaborazione limitata: i brainstorming virtuali non sempre sono efficaci quanto le interazioni spontanee in ufficio.
Problemi di produttività: per alcune mansioni, la mancanza di supervisione diretta ha portato a cali di performance.
Esigenze di controllo: alcune aziende faticano a gestire la performance a distanza e preferiscono modelli tradizionali.
Lo stato dello smart working in Italia e nel mondo
A livello globale, lo Smart Working è ancora in espansione, ma si sta evolvendo. Secondo il Global Remote Work Report 2024, il 32% delle aziende a livello mondiale offre soluzioni di lavoro remoto full-time, mentre il 49% adotta modalità ibride (fonte: Gallup).
Tuttavia, in molti paesi, specialmente negli Stati Uniti, si sta registrando un aumento delle politiche di ritorno in ufficio, anche se in modalità flessibile.
In Italia, il fenomeno ha seguito un percorso simile. Secondo un’indagine condotta dall'Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, il 42% delle aziende italiane ha mantenuto almeno una parte del lavoro da remoto anche dopo la fine delle restrizioni sanitarie.
Tuttavia, solo il 18% ha adottato politiche di full remote a lungo termine, mentre il 59% ha optato per un modello ibrido.
I lavoratori italiani, dal canto loro, si sono dimostrati particolarmente favorevoli alla permanenza dello Smart Working, con una crescita costante nelle richieste di flessibilità.
La ricerca ha rivelato che il 75% dei dipendenti italiani vorrebbe continuare a lavorare da remoto almeno un paio di giorni alla settimana, mentre il 42% si dichiara favorevole a una modalità completamente ibrida. "
Chi è il lavoratore tipo in smart working?
Secondo l’Istat, il profilo del lavoratore in smart working segue caratteristiche ben definite, evidenziando differenze significative in base a istruzione, età, settore di impiego e area geografica.
Titolo di studio: il lavoro agile è appannaggio soprattutto dei laureati.
L’incidenza tra chi ha un titolo universitario è quasi doppia rispetto alla media nazionale (11,2% contro 6,1%).
Età: la fascia più rappresentata è quella tra i 35 e i 44 anni, con un’incidenza dell’8,2%.
Settore di impiego: lo smart working ha ormai assunto un ruolo centrale in alcuni settori, diventando un fattore determinante nella scelta di un impiego. Tra i comparti in cui il lavoro da remoto è più diffuso spiccano quello dell’Informazione e Comunicazione (15,2%) e delle Attività Finanziarie e Assicurative (12,3%), seguiti dal settore Tecnologico e Digitale, dove la possibilità di lavorare da qualsiasi luogo è spesso data per scontata. In questi ambiti, la flessibilità non è più solo un benefit, ma un vero e proprio requisito per attrarre e trattenere talenti qualificati.
Le aziende che impongono un ritorno forzato in ufficio rischiano di perdere competitività nel mercato del lavoro, trovandosi in difficoltà nel reclutare figure professionali chiave. I professionisti dell’IT, della programmazione e del digital marketing sono tra i più inclini a rifiutare offerte che non prevedano almeno una modalità di lavoro ibrida.
Questo fenomeno sta spingendo molte imprese a rivedere le proprie politiche di gestione del personale, con il rischio di perdere talenti a favore di aziende più flessibili e innovative.
Smart Working: un’Italia a due velocità.
L’adozione del lavoro agile presenta anche un forte divario territoriale. Le regioni del Nord-Ovest (8,5%) e del Nord-Est (7,8%) guidano la classifica, mentre il Sud (4,2%) e le Isole (3,8%) restano indietro.
Questo gap è influenzato da diversi fattori, tra cui la concentrazione di aziende operanti in settori più compatibili con il lavoro da remoto e le infrastrutture digitali più sviluppate nel Nord del Paese.
Cosa vogliono i lavoratori?
Molti lavoratori chiedono ora un lavoro ibrido, dove i giorni in ufficio sono limitati a una parte della settimana, ma la maggior parte delle ore può essere svolta da casa. Secondo un’indagine della Fondazione ADAPT (2023), il 65% dei lavoratori italiani preferisce questa modalità, sostenendo che il lavoro ibrido permette una maggiore flessibilità senza rinunciare completamente alla socializzazione e alla collaborazione diretta.
Altri lavoratori, invece, preferiscono rimanere completamente remote, soprattutto quelli che operano in settori tecnologici o creativi, dove le attività possono essere svolte efficacemente da qualsiasi luogo.
A questi si aggiungono le esigenze di chi cerca un equilibrio tra vita privata e lavoro, e che percepisce il ritorno in ufficio come una perdita di autonomia e di benessere.
Il futuro è ibrido?
Se c'è una lezione che abbiamo imparato è che il futuro del lavoro non sarà bianco o nero, ma grigio: un modello ibrido che combina il meglio del lavoro in ufficio e da remoto sembra essere la direzione più promettente.
Questo approccio consente alle aziende di mantenere la cultura organizzativa e garantire una collaborazione efficace, offrendo al tempo stesso la flessibilità richiesta dai dipendenti.
>>Scopri anche "I cambiamenti nel mondo del lavoro dopo la pandemia e le prospettive future"
In conclusione?
Smart working: sì o no? La risposta non è universale.
Dipende dal settore, dalla cultura aziendale e dalle esigenze dei lavoratori. Tuttavia, una cosa è certa: il modo in cui lavoriamo è cambiato per sempre.
Le aziende che sapranno ascoltare i propri dipendenti e adattarsi a un mondo del lavoro sempre più fluido saranno quelle che vinceranno la sfida del futuro.
Fonti:
- Gallup, "Global Remote Work Report 2024"
- Politecnico di Milano, Osservatorio Smart Working, Rapporto 2024
- Meta, comunicato stampa aziendale, Gennaio 2025
- Twitter, comunicato stampa aziendale, Gennaio 2025
- McKinsey & Company, “The Future of Remote Work,” 2024. Eurostat, “Statistics on Teleworking in the EU,” 2023.
- Fondazione ADAPT, “Indagine sul Lavoro Ibrido in Italia,” 2023.
- Rapporto Bes 2024 dell’Istat:
Francesca Amadori è una professionista esperta nel settore della comunicazione per Imprese e Associazioni, offre consulenza e supporto alle aziende nell'implementazione di strategie di comunicazione e nella gestione delle collaborazioni con agenzie partner. La sua ampia esperienza sul campo e la solida e costante formazione le consentono di fornire soluzioni efficaci e mirate.
Oltre al suo ruolo di consulente di comunicazione, Francesca Amadori è anche docente di corsi di comunicazione e public speaking presso scuole superiori. Collaborando con esperti di formazione per gli adolescenti, si impegna a sviluppare le capacità comunicative dei ragazzi, preparandoli per il successo nelle sfide future.




